L’estate dei barbari

4 Mar

Per proseguire la Guida alla Lettura, oggi propongo un romanzo recente che scava a fondo nel lato oscuro della convivenza interrazziale.

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L’estate dei barbari (Héctor Tobar, 2012 – Einaudi, 285 pag.)

Araceli Ramirez è una ex-studentessa di arte venuta dal Messico per cercar fortuna in California. Il suo lavoro di domestica presso una famiglia benestante prosegue placidamente all’insegna della lotta contro il disordine e alla ricerca della routine perfetta, nella villetta borghese di Paseo Linda Bonita, finché un dissesto finanziario non rimescola tutte le carte.

Con il licenziamento inaspettato del giardiniere e della tata, Araceli resta l’unica componente del personale di servizio. Ben presto questa condizione le aprirà gli occhi su quanto poco conosca Scott e Maureen, i due padroni di casa, nonostante vivano da anni sotto lo stesso tetto. Ne sarà la prova il fatto che, il giorno dopo una lite furibonda tra i due coniugi, la protagonista perderà completamente le loro tracce e si ritroverà ad occuparsi dei due bambini più grandi, senza la minima idea di dove sbattere la testa, tanto più che la famiglia sembra non avere il minimo contatto con i parenti più prossimi.

Priva di qualsiasi attitudine materna, Araceli dovrà inventarsi una soluzione per consolare i ragazzini ed evitare che vengano sottratti ai genitori, che li hanno incautamente abbandonati e non accennano a farsi vivi per giorni.

Concentrandosi in particolar modo sul caso giudiziario che scoppia intorno all’iniziativa di accompagnare i due bambini a casa del nonno, l’autore tocca un nervo scoperto degli Stati Uniti (il tema quanto mai attuale dell’immigrazione messicana) per parlare con acume di pregiudizio e integrazione, di menzogne mediatiche e semplici verità, di famiglia così come di responsabilità.

Attraverso lo sguardo perplesso di Araceli si svelano così i segreti e l’incomunicabilità di una coppia (e forse di un’intera società) apparentemente impeccabile e progressista, che non fa mancare nulla ai propri figli e tuttavia è incapace di vivere insieme a loro in modo autentico.

 

Benkadi, la felicità di stare bene insieme

4 Feb

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Marina è una ragazza di 24 anni che dedica parte del suo tempo libero a collaborare attivamente con le strutture di accoglienza che offrono vitto e alloggio ma soprattutto un contatto umano ai tanti migranti in fuga da guerre, governi dittatoriali e condizioni di vita insostenibili.

La sua attività si svolge nella zona di Varese, e ciò che ci racconta in questa intervista dimostra che, a dispetto delle polemiche e degli scontri di natura politica che spesso affollano le pagine di cronaca, il nord Italia ha molto da offrire in termini di integrazione e solidarietà.

Dove e quando hai iniziato a svolgere questa attività?

“Ho iniziato nel mese di luglio 2015 a Venegono Inferiore, in una palestra delle scuole adibita a campo di accoglienza. Questo campo era gestito dalla Croce Rossa, poi nel mese di settembre 2015 ho cominciato ad operare anche nel campo gestito dalla cooperativa Intrecci a Venegono Superiore, all’interno del castello dei Missionari Comboniani.”

Cosa ti ha spinto a scegliere di impegnarti in questa avventura?

“La solidarietà. A seguito delle brutte notizie che sentiamo ogni giorno di naufragi, sbarchi e rifiuti d’accoglienza nei vari paesi, quando ho saputo che sarebbero arrivati dei profughi proprio nel paese accanto al mio, ho deciso subito di fare qualcosa.”

Di cosa ti occupi in particolare?

“Il gruppo di volontari di cui faccio parte si chiama Benkadi, che in bambará (ndr. la lingua del Mali) significa “stare bene insieme”.

All’interno del campo mi occupo dell’insegnamento della lingua italiana a classi di livelli diversi, dagli analfabeti al livello A2. Insieme agli altri volontari abbiamo organizzato serate con cineforum e allestito all’interno del campo una biblioteca: finché è stata attiva, per una sera alla settimana abbiamo letto insieme ai ragazzi Il Piccolo Principe in italiano, con traduzione in simultanea dei ragazzi stessi in francese, inglese e bambará.”

Hai dovuto superare qualche difficoltà in particolare, ad esempio nel periodo iniziale?

“Non ci sono state particolari difficoltà: essendo la mia famiglia molto aperta a questo genere di esperienze, non ho trovato dei blocchi nel confrontarmi con l’altro. In una delle due cooperative è stato chiesto di fare una “chiacchierata” con il responsabile prima di cominciare il servizio. Credo che sia giusto da parte di chi gestisce le strutture capire se i volontari sono idonei all’esperienza, perché non sempre è così.”

C’è qualche episodio particolare che ti è rimasto nel cuore?

“È difficile scegliere un aneddoto tra diversi che mi sono rimasti particolarmente impressi… sono veramente tanti: ricordo i primi pasti che ho consegnato, in cui i ragazzi si accalcavano l’uno sull’altro perché temevano non ci fosse abbastanza cibo per tutti; un Maliano che durante la sua prima lezione, quando ha sentito il rumore di un aereo, si è nascosto sotto al banco pensando fossero bombardamenti; un ragazzo con la passione della pittura, che ci ha regalato quadri meravigliosi in segno di gratitudine e l’unica cosa che ha portato con sé quando è scappato clandestinamente sono stati matite e colori…

Oppure un ragazzo che ogni sera si vestiva elegante per fare la videochiamata con la madre in Guinea, e un uomo pakistano che con le lacrime agli occhi mi ha mostrato le foto dei suoi figli che non vede da tre anni. Ma anche una canzone che tutti quanti i ragazzi hanno inventato per noi il giorno della chiusura del laboratorio della biblioteca.”

Le emozioni e le esperienze che sono scaturite dall’incontro tra volontari e ospiti del centro dimostrano che molto spesso la solidarietà può essere un ottimo modo per girare il mondo restando nel proprio paese, e questo naturalmente è molto importante per imparare ad aprire i propri orizzonti ad altre culture. Attraverso gesti apparentemente semplici come dare un aiuto per imparare una lingua sconosciuta o offrire un posto alla propria tavola per il pranzo di Natale a chi si trova a vivere lontano dalla propria famiglia, si riesce a portare una piccola luce dove potrebbe germinare la disperazione.

Può sembrare scontato, ma la pace, quella vera e duratura, si costruisce proprio così.

Il soccorso in ambulanza: un volontariato di squadra!

16 Dic

Conoscendo diversi ragazzi che svolgono o hanno svolto volontariato sulle ambulanze, mi sono avvicinata all’argomento, incuriosita dagli aneddoti che qua e là mi capitava di sentire da loro.

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Per comprendere meglio questo ambito così importante del volontariato e della cittadinanza attiva, ho chiesto ad Elisa, che nel periodo dell’università ha prestato servizio prima in SOS Milano e successivamente per la Croce Rossa Italiana, e a Giulia, che tuttora è in forza presso SOS Milano, di raccontarci qualcosa di più sulla loro esperienza.

Per cominciare, Elisa mi spiega: “Ho pensato al volontariato in ambulanza perché cercavo un nuovo ambiente in cui ripartire dagli altri e non da me, in un periodo della vita un po’ difficile. Cercavo un ambiente di persone che condividessero i miei valori, e il richiamo dell’ambito sanitario (ero al secondo anno di Medicina) mi ha aiutato a indirizzare la mia scelta”. Anche per Giulia ha contato molto la sua spiccata passione per la medicina, insieme al desiderio di aiutare le persone che si trovano in situazioni di disagio ed emergenza.

In base alle direttive del 118 Milano, il personale delle ambulanze che intervengono in caso di emergenza è composto da: un autista, che fa da riferimento all’equipaggio e può aiutare il personale di bordo nelle procedure di soccorso; un capo equipaggio, che deve fare da referente per la Centrale Operativa del 118 ed è il responsabile del servizio, ossia il soccorritore che stabilisce quali protocolli, modalità di trasporto e materiali dovranno essere utilizzati per l’intervento sanitario; un soccorritore certificato; eventualmente, un allievo del corso per soccorritori, che prende parte all’equipaggio per svolgere la formazione sul campo.

Naturalmente, come avrete intuito, non ci si può improvvisare soccorritori: è necessario seguire un corso di abilitazione, che dura in totale 120 ore e prevede un esame finale, allo scopo di conseguire l’apposita certificazione 118. Se un soccorritore è stato abilitato da almeno un anno, può diventare capo equipaggio attraverso uno specifico corso di formazione, al termine del quale si sostiene l’esame relativo a questa certificazione. A sua volta, un capo equipaggio può studiare per diventare autista di unità mobili di soccorso.

A questo punto, dato che non tutti i volontari che conosco hanno a che fare con l’ambito medico anche al di fuori dell’attività che svolgono in ambulanza, mi chiedo quali caratteristiche personali sia bene coltivare per svolgere al meglio questo volontariato: “Sicuramente – risponde Giulia – generosità, voglia di mettersi in gioco, attenzione per la cura degli altri, sensibilità…”, ed Elisa aggiunge: “Io direi umanità, ma anche fermezza d’animo, determinazione, spirito di squadra, empatia. Contano molto anche l’umiltà e la riservatezza”.

In genere, per diventare volontari di un’associazione che si occupa di interventi di emergenza bisogna avere tra i 18 e i 65 anni. Ma in termini di tempo, quale tipo di disponibilità si richiede? Giulia mi spiega: “Il turno standard, che ho fatto fino a maggio, prevedeva: turno di sera ogni 8 giorni, sera e notte ogni 16 giorni e poi un weekend ogni due mesi. I turni durano o 6 o 12 ore e può essere che si facciano tutti sull’ambulanza o metà in ambulanza e metà in guardia medica o centralino della sede (da non confondere con il 118). Inoltre, per chi ha tempo, è possibile fare anche i turni di giorno in settimana”.

E come è andata con il primo turno? “A dire il vero – racconta Elisa – la prima uscita sul campo è stata abbastanza noiosa! Ricordo che durante quel turno non ci sono state grandi chiamate, e siamo rimasti per la maggior parte del tempo in colonnina (si dice così quando l’ambulanza si ferma in un punto di sosta tra quelli dislocati per la città, deciso dalla centrale operativa del 118, e che diventa il punto di partenza per i servizi successivi). Ovviamente, io non conoscevo i miei compagni di turno, che tra l’altro erano tre uomini. Quindi, ricordo un po’ un clima da caserma che per me, allora ventenne ingenuotta e ancora socialmente un po’ impacciata, era un po’ difficile da assimilare senza finire schiacciata dall’imbarazzo. Le volte successive invece sono state più di azione, e ho cominciato a conoscere i compagni di squadra. E mi piacque parecchio: mix perfetto di adrenalina ed empatia. Mi manca tanto l’ambulanza…”

E per Giulia invece come è stato? “Allora, l’esperienza pratica io l’ho fatta quando ancora non sapevo praticamente nulla, perché 5 anni fa si poteva salire in ambulanza ancora prima di iniziare il corso per diventare soccorritore. Beh diciamo che mi sono sentita un’impedita assurda ma allo stesso tempo ero eccitata e curiosa di vedere qualsiasi cosa. Che bei tempi, e come mi mancano… E comunque ero talmente tanto eccitata che l’ansia o la paura non le ho proprio sentite!”

Sempre parlando delle impressioni personali sull’esperienza di servizio, Elisa conferma che il rapporto con le altre persone con cui si collabora in questi contesti può diventare molto speciale: “Tra i volontari, ho conosciuto una persona totalmente diversa da me e dagli altri e dagli ambiti che sono sempre stata solita frequentare, talmente diversa, che mi ha aiutato a trovare la mia vera identità in un momento di crisi pesante. Con lui ci sentiamo ancora, anche se solo occasionalmente, ma sono passati 10 anni da quando ci incontrammo la prima volta… Più in generale, – aggiunge – a parte le classiche questioni di compatibilità a pelle, il clima in questi posti è molto bello: aggregativo, propositivo, aperto e accogliente; per qualcuno la Sede diventa una sorta di seconda casa, e la squadra una famiglia”.

 

L’insostituibile fascino dell’aria di casa

5 Dic

Oggi la Guida alla Lettura vi parla di un libro che a prima vista potrà sembrarvi datato, ed invece conserva in ogni tempo la sua grande forza evocativa.

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Lessico famigliare  (Natalia Ginzburg, 1963 – ed. Einaudi, 212 pag.)

In questo libro di memorie, reso ormai celebre dai programmi scolastici di ogni decennio ma non per questo meno moderno, Natalia Ginzburg racconta la vita della sua famiglia d’origine.

Attraverso tutti quei modi di dire, espressioni e abitudini quotidiane che permettono ad ognuno di noi di riconoscere l’aria di casa propria, l’autrice disegna un ritratto sincero e affettuoso dei suoi parenti, illustrando con tono ugualmente lieve momenti felici e critici della vita, dalla sua infanzia alla nascita dei figli, fino alla drammatica perdita del marito Leone Ginzburg, torturato e ucciso perché antifascista.

La storia della famiglia Levi si svolge infatti sullo sfondo di alcuni eventi di importanza mondiale (su tutti l’esperienza delle leggi razziali, la Seconda Guerra Mondiale, la ricostruzione) e incrocia personaggi molto noti. Ad esempio, può sorprendere il fatto che si considerino come semplici ricordi di famiglia l’amicizia dei genitori con Filippo Turati e Anna Kuliscioff, la carriera del padre Beppino, chimico eminente e insegnante di Rita Levi Montalcini, le vicende dei tre fratelli maggiori impegnati nella lotta al fascismo insieme ai futuri protagonisti della vita politica italiana, ma anche eventi più privati come il matrimonio e il divorzio della sorella di Natalia con Adriano Olivetti.

Ogni semplice frase richiama il ricordo di un episodio particolare, in quel disordine di libere associazioni che caratterizza la mente umana, e non è un caso che spesso si tratti di aneddoti che in famiglia si sentono ripetere instancabilmente nel tentativo di lasciare una traccia nel tempo: in genere, ciò che conserviamo con più cura dei nostri cari sono proprio le movenze, i tic e gli atteggiamenti quotidiani, che rendono veramente nostri i ricordi personali.

Lungo questo godibile ritratto di un’epoca passata, i lettori più giovani hanno modo di scoprire le tradizioni e le abitudini quotidiane di un tempo che appare lontano e insieme presente, grazie alle emozioni e ai legami descritti dall’autrice con uno spirito molto attuale.

Lavori in corso

24 Nov

Comunicazione di servizio: stiamo lavorando per voi!

Tra non molto saranno pronte ben due interviste attraverso le quali scopriremo due esperienze molto particolari di volontariato e, in vista del Natale, riprenderà la Guida alla Lettura per offrirvi qualche dritta su che cosa regalare agli amanti dei libri.

Stay tuned!

Terremoto: una nuova ondata di solidarietà

11 Nov

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Le ultime disastrose scosse di terremoto in Centro Italia hanno messo in moto anche una nuova ondata di iniziative di solidarietà da tutto il Paese, per favorire la ricostruzione e sostenere le persone che hanno perso tutto nella catastrofe. Molti sono i comuni italiani che hanno accettato di ospitare gli sfollati e raccogliere fondi, e proseguono alcuni degli interventi introdotti con il terremoto del 24 agosto.

Ad esempio, è stato tempestivamente riattivato il numero solidale 45500 per donare 2 euro alla Protezione Civile Italiana con un sms o una chiamata da numero fisso, per tutti gli operatori telefonici. Chi invece intende effettuare una donazione più consistente può farlo tramite bonifico bancario intestato a “Un aiuto subito – Terremoto Centro Italia 6.0” (ulteriori informazioni sono disponibili sul sito https://www.unaiutosubito.org/, che offre anche un’utile piattaforma attraverso cui donare tramite carta di credito). Anche Croce Rossa Italiana (www.cri.it) ha aperto un conto corrente per sostenere le prime necessità delle popolazioni sfollate, e può ricevere contributi anche attraverso Amazon, PayPal e le piattaforme di crowdfunding Ammado, Charity Stars e Retedeldono.

Come sempre, non sono mancate le proposte più originali per offrire un aiuto concreto, ad esempio in Calabria lo scrittore Antonio Modaffari ha lanciato i Caffè Letterari della solidarietà, una serie di incontri grazie ai quali verranno raccolti fondi per la ricostruzione della Basilica di San Benedetto, distrutta a Norcia dal sisma del 30 ottobre.

La letteratura accorre in aiuto anche attraverso la campagna La cultura per la ricostruzione, un programma di eventi che puntano sulla forza aggregante della cultura per riconnettere il tessuto sociale frammentato dall’abbandono dei centri abitati danneggiati e dalla conseguente disgregazione dei comuni. Nel quadro di questa iniziativa opera il Bibliobus Arci, un’idea nata in seguito al terremoto in Abruzzo del 2009 e proseguita in Emilia nel 2012. Grazie ad una campagna di crowdfunding e ai libri donati da ogni parte d’Italia per le popolazioni sfollate dei comuni colpiti dal sisma, questo mezzo itinerante permette di distribuire volumi e riviste agli abitanti dei paesi che lo richiedono, raggiungendo anche le frazioni più isolate nel tentativo di alleviare la sofferenza e il disagio di queste comunità.

Un altro progetto interessante è Cuochi Senza Frontiera: si tratta di un intervento portato avanti da circa 200 cuochi professionisti, riuniti nel Dipartimento Solidarietà Emergenze della Federazione Italiana Cuochi (FCI), che si occupano di preparare centinaia di pasti per sfollati e soccorritori all’interno dei villaggi e delle tendopoli allestite per l’emergenza.

Nel frattempo, l’ENPA (ENte Protezione Animali) ha lavorato alacremente fin dai primi giorni per estrarre vivi gli animali intrappolati nelle abitazioni pericolanti o tra le macerie dei crolli, in collaborazione con i Vigili del Fuoco, offrendo assistenza ai proprietari di animali che hanno perso la casa e si trovano a dover gestire i loro amici in condizioni di emergenza. Proprio per questo scopo, è stato attivato a Norcia un punto per operazioni di soccorso veterinario e distribuzione del mangime.

Da un punto di vista più strettamente economico, perché avvenga un reale ritorno alla normalità sarà essenziale garantire la ripresa delle attività di commercio e produzione che garantiscono la sopravvivenza di queste zone. In nome di questo obiettivo quantomai urgente è nato il progetto La rinascita ha il cuore giovane, promosso da una rete di associazioni come Legambiente, Altroconsumo, Libera e molte altre, che si adoperano per organizzare una serie di eventi ed iniziative volte a far ripartire le imprese fondate di recente da giovani che hanno a cuore la vitalità delle loro terre d’origine, promuovendone l’artigianato, i prodotti agroalimentari tipici e il turismo. Sul sito ufficiale (rinascitacuoregiovane.it) si possono trovare utili indicazioni sulle modalità attivate per la raccolta fondi, tra cui segnalo volentieri la possibilità di acquistare per Natale i pacchi regalo solidali composti da prodotti tipici di qualità.

Infine, nel corso di quest’ultimo weekend è partita da Firenze una staffetta podistica, che la mattina del 6 novembre ha raggiunto Amatrice portando solidarietà e un contributo economico a sostegno della popolazione.

Il mondo nuovo di Anna

7 Nov

La Guida alla Lettura prosegue oggi con un libro che mi ha letteralmente catturato: non conoscevo Ammaniti se non attraverso il film tratto da “Io non ho paura”, e da profana devo dire che questo romanzo mi ha aperto ad un’esperienza di lettura per me del tutto inedita, surclassando ogni perplessità iniziale. Sperando che possa sorprendere anche voi, lascio la parola alla recensione.

 

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Anna (Niccolò Ammaniti, 2015 – Einaudi, 274 pag.)

In questo romanzo ambientato nel 2020, una Sicilia post-apocalittica fa da sfondo alle vicende di Anna, una ragazzina di 13 anni, che insieme al fratellino Astor è l’unica sopravvissuta della sua famiglia ad una grave catastrofe. Il mondo che conoscevano da sempre è stato infatti completamente devastato da una serie di incendi avvenuti quattro anni prima e dal sopraggiungere di una terribile epidemia venuta dal Belgio. La malattia, genericamente nota come “la Rossa” per il colore delle macchie con cui si annuncia, è mortale e molto contagiosa, eppure i bambini si dimostrano miracolosamente immuni al contagio.

In un tetro scenario di case abbandonate e autostrade deserte si aggirano pericolose bande di ragazzini pronti a tutto per sopravvivere un giorno di più alla fame e agli stenti di un’esistenza di fortuna in cui vige la legge del più forte. Infatti, con il progressivo inaridirsi del paesaggio, la medesima sorte è toccata anche agli esseri umani e ai rapporti tra le persone, per questo Anna sa che dovrà lottare per difendere se stessa e il ricordo della normalità dall’usura di una vita che l’ha portata a crescere troppo in fretta, facendo da scudo ad Astor, il quale considera ancora tutto un gioco avventuroso.

Mentre si ingegna a superare fatiche quotidiane sempre nuove, la ragazzina si sforza di non pensare all’avvicinarsi del periodo dello sviluppo, a partire dal quale sarà esposta al rischio di contrarre la Rossa e morirne, e convive con la paura di dimenticare i suoi genitori. Per fortuna, l’amore della mamma la accompagna attraverso un quaderno che lei ha scritto in punto di morte per continuare a starle accanto e trasmetterle una serie di indicazioni pratiche per ogni esigenza.

In questa situazione infinitamente precaria, un improvviso colpo di scena spingerà Anna ad intraprendere un viaggio alla ricerca della possibilità di trovare un luogo ancora intatto in cui ricominciare da capo.

Pur raccontando una storia dai presupposti inquietanti, Ammaniti propone un romanzo struggente, che parla del dolore, della paura e della solitudine in modo non patetico: a dispetto del lutto e delle enormi difficoltà che affronta, la giovane protagonista si dimostra infatti sempre in grado di rialzarsi, con la sua intelligenza e quella forza d’animo sorprendente a cui i bambini sanno ricorrere nei frangenti apparentemente più delicati.

Nonostante le vicende a tratti angoscianti, questo libro è molto coinvolgente, e mentre ci tiene con il fiato sospeso sulle sorti dei due bambini è anche capace di indurci a riflettere: di fronte a tutta questa inaccettabile sofferenza, si disvela lentamente la potenza degli affetti, un’imprescindibile fonte di speranza per quando tutto sembra crollare.

 

Un aiuto per gli animali domestici

18 Ott

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Amate gli amici quattrozampe ma non avete spazio per accogliere un trovatello a casa vostra? Vi piacerebbe aiutare canili e gattili della vostra città ma non sapete proprio da che parte cominciare?
Questo articolo fa per voi! La Guida ai piccoli gesti di solidarietà prosegue infatti con un approfondimento sul vasto mondo delle associazioni in difesa degli animali.

Il modo più classico per rendersi utili è diventare volontari presso i rifugi per cani e gatti randagi o abbandonati: in genere si richiede una disponibilità settimanale minima per collaborare alla cura degli animali e occuparsi della pulizia delle aree in cui sono ospitati. Purtroppo non tutte le persone sensibili alle sorti di cuccioli piccoli e grandi hanno a disposizione tempo sufficiente per dedicarsi a queste attività, ma è comunque possibile offrire gratuitamente il proprio impegno in modo occasionale, ad esempio per la gestione di banchetti informativi e di raccolta fondi, per conto delle strutture di accoglienza o delle associazioni che le sostengono.

Una modalità molto semplice e originale per prendersi cura di cani, gatti e altri animali è l’adozione a distanza, che consente di contribuire economicamente al mantenimento di uno di loro (o ancora meglio, più di uno) con una donazione periodica. Come avviene per le tradizionali adozioni a distanza con cui ci si prende a cuore la vita quotidiana di un bambino, l’associazione rilascia un attestato con la fotografia del diretto beneficiario e fornisce periodici aggiornamenti sul suo benessere, in più il donatore ha il permesso di visitare la struttura per incontrarlo più volte personalmente.

Un capitolo già ben noto ai lettori di questa guida riguarda l’opportunità di donare ciò che è superfluo o non più utilizzato a fini solidali, una pratica per la quale questo ambito non fa eccezione. Ogni istituzione ha le sue esigenze ed è bene informarsi correttamente per indirizzare l’aiuto giusto al posto giusto, ma in generale sono davvero tanti i tipi di oggetti, nuovi o meno, che possono essere donati ai rifugi per animali. Prima di tutto, normalmente è gradito il mangime, in scatola o secco, così come la sabbia per lettiera o la segatura per allestire gli alloggi per gli animali, oltre a coperte e asciugamani usati. Spesso vi sono poi richieste specifiche per farmaci, disinfettanti e garze per prendersi cura degli animali feriti o malati, infine possono essere necessari anche detergenti, antiparassitari specifici e insetticidi per la cura dell’ambiente che li ospita.

Se invece cercate l’opportunità per effettuare donazioni in denaro che siano “a portata di tasca”, molte associazioni organizzano mercatini dell’usato, vendite di calendari, magliette e altro merchandising allo scopo di raccogliere fondi grazie alla collaborazione dei simpatizzanti.

A metà strada fra queste ultime due alternative, c’è la possibilità di partecipare periodicamente alla Raccolta di cibo per animali organizzata in diverse località del Nord Italia da Banco Italiano Zoologico Onlus (http://www.balzoo.it). Per aiutare l’associazione, che si occupa di sostenere le famiglie in difficoltà economica che ospitano animali domestici, con lo scopo di prevenire l’abbandono, l’ultimo weekend di settembre è possibile acquistare nei punti vendita convenzionati una o più confezioni di alimenti da donare.

Esistono anche altre modalità meno convenzionali ma ugualmente utili per proteggere e andare incontro alle esigenze di cani, gatti e altri animali amici dell’uomo. Ad esempio, se siete a conoscenza del maltrattamento di un animale, è molto importante segnalare tempestivamente il fatto alle autorità competenti. È sempre opportuno raccogliere più prove possibili (ad esempio fotografie o video) che dimostrino la violazione, la quale deve essere denunciata per iscritto ad una Forza di Polizia (ad esempio la Polizia locale o i Corpi Forestali). Le autorità possono intervenire direttamente se l’abuso è in corso al momento della segnalazione, che in questo caso può essere effettuata telefonicamente.

Inoltre, non tutti sanno che in Italia esiste una Banca dati nazionale per la donazione di sangue canino, che permette di procurare tempestivamente le unità di sangue indispensabili per curare i cani in caso di emergenza. Si tratta di un registro che riunisce i contatti di tutti i “proprietari” di cani che hanno iscritto il proprio amico a quattro zampe alla donazione di sangue, in seguito al controllo dei requisiti necessari per procedere al prelievo. Questo database può rivelarsi molto utile perché ciascun veterinario può consultarlo per verificare rapidamente la disponibilità di sangue compatibile e consentire una trasfusione che potrebbe salvare la vita del vostro cane.

Come in tutti gli ambiti non profit, infine, resta sempre la possibilità di devolvere il 5×1000 ad associazioni delle quali conoscete l’affidabilità, oppure effettuare donazioni tramite bonifico, per offrire un contributo economico che può rivelarsi estremamente importante per garantire cure veterinarie, cibo e servizi indispensabili agli ospiti dei rifugi canini e felini del territorio.

Tutto quello che vorreste sapere sulla donazione di midollo

4 Ott

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Grazie ad una chiacchierata con Simona e Jessica, due ragazze che hanno scelto di iscriversi ad ADMO (Associazione Donatori Midollo Osseo), in questo post scopriremo come si diventa donatori di midollo e che cosa può significare questo gesto.

L’adesione all’associazione può essere frutto di una lunga tradizione, come racconta Jessica: “Per me è stato naturale divenire donatrice AVIS e conseguentemente iscrivermi ad AIDO e ADMO, così come tutti i miei familiari hanno fatto in precedenza”. Anche per Simona la spinta è arrivata dalla donazione di sangue: “Non avevo mai pensato alla donazione di midollo osseo, fino a quando non me l’hanno proposto al Policlinico di Milano, dove già donavo il sangue. Mi è sembrato sin da subito un gesto positivo e ho aderito immediatamente al programma.”

Purtroppo, nota Jessica, la donazione di midollo osseo è ancora molto poco conosciuta: “Esistono vari luoghi comuni dettati dall’ignoranza e dalla poca chiarezza, che spesso spaventano ed ostacolano almeno il tentativo di divenire donatori, per esempio per quanto riguarda la tutela della salute del donatore e i tempi di ripresa dopo la donazione, nonché il rischio legato alla stessa, che ad oggi è minimo. Inoltre le occasioni per presentarsi all’appello sono poche: a questo proposito invito a partecipare agli eventi in piazza, come ad esempio MATCHITNOW!”.

Vediamo quindi nel dettaglio di cosa si tratta. La sostanza che si preleva con la procedura comunemente nota come “donazione di midollo” è il midollo osseo, un tessuto liquido costituito dalle Cellule Staminali Emopoietiche, che sono le responsabili della produzione delle cellule del sangue nel nostro corpo (in greco, il prefisso emo- indica appunto il sangue, mentre poieo significa produrre).

Il midollo osseo può salvare la vita dei pazienti affetti dalle più aggressive malattie del sangue, come la leucemia e altre neoplasie quali mielomi, linfomi e simili. Queste patologie provocano infatti una disfunzione nella produzione delle cellule del sangue da parte delle CSE. Proprio per questo, in molti casi è indispensabile un trapianto di midollo a partire da un donatore sano. “Per il donatore è davvero un piccolo gesto – commenta Simona – mentre il ricevente può avere salva la vita, o comunque finalmente migliorare le sue condizioni”.

A causa della grande complessità del nostro sistema immunitario, solo una persona su 100.000 è compatibile con chi ha bisogno di un trapianto, e in molti casi il suo gesto di solidarietà può essere l’unica speranza per una persona malata. “Questa è la statistica che mi ha più impressionato: da questi dati, la probabilità di trovare un donatore compatibile a livello genetico appare minima. Leggendo questo mi sono immaginata cosa si possa provare da ricevente, e così ho realizzato quanto sia effimera la paura per se stessi, rispetto all’immensa voglia di vivere!” osserva Jessica.

Come avviene per tutte le donazioni, ciò che dovrebbe interessare a ciascun cittadino è che a chiunque – in primo luogo se stesso – sia garantito il diritto di essere curato nel migliore dei modi.

“In realtà prima di iscrivermi ad ADMO ne sapevo molto poco, quasi nulla – racconta Simona – e quando da ragazza pensavo alla donazione di midollo ammetto che la associavo erroneamente al midollo spinale presente nella colonna vertebrale, figurandomi uno scenario doloroso, difficile e completamente errato. I miei familiari sanno che mi sono iscritta al registro; ora ne vanno fieri, ma inizialmente la reazione è stata di preoccupazione nei miei confronti, proprio perché alla parola midollo anche la mia famiglia ha pensato a quello spinale. Abbiamo poi studiato insieme ed è stata una piacevole occasione di confronto”.

In questo senso, per entrambe è stato decisivo il fatto di essere adeguatamente informate dagli esperti: “Sapevo a grandi linee cosa comportava iscriversi a questa associazione, però solo il colloquio effettuato prima del prelievo e la compilazione dei moduli appositi hanno delucidato il quadro generale ed annientato l’insicurezza legata al rischio del prelievo” mi spiega Jessica. Simona è d’accordo: “Ho deciso di iniziare l’iter nell’istante stesso in cui i medici del Policlinico mi hanno proposto di sottopormi alle analisi necessarie per essere iscritta nel registro dei donatori. Dopo essere stata informata, è stato sufficiente un piccolo prelievo di sangue per raccogliere i miei dati genetici; qualche settimana dopo mi è arrivata la tessera dell’ADMO, che orgogliosamente porto sempre con me.”

Per candidarsi a diventare donatori di midollo bisogna avere tra i 18 e i 35 anni, pesare più di 50 kg e ovviamente non soffrire di malattie infettive. Il percorso verso la donazione comporta una serie di passi successivi:

  1. Ci si sottopone alla tipizzazione HLA: è un semplice esame del sangue con cui si esegue un primo test genetico per capire se si è idonei, dopo aver fornito al medico informazioni dettagliate sulla propria storia clinica e sullo stato di salute (che sono naturalmente tutelate ai sensi della legge sulla privacy). Questo prelievo si può effettuare in uno dei centri trasfusionali ospedalieri aderenti alla procedura, oppure, se si è già donatori di sangue, all’interno di un’associazione come AVIS.
  2. Si firmano il consenso informato e l’adesione al Registro Italiano Donatori di Midollo Osseo (IBMDR), dove verranno inseriti i dati emersi dalla tipizzazione che entreranno in questo modo a far parte di un immenso archivio collegato al Registro Nazionale e ai Registri Internazionali, indispensabili per trovare tempestivamente un donatore compatibile con un paziente in lista d’attesa per il trapianto. La disponibilità alla donazione (e quindi l’appartenenza al Registro) può essere mantenuta fino ai 55 anni di età.
  3. La donazione di midollo osseo è un tipo di volontariato molto particolare, perché non si diventa donatori finché non si riceve effettivamente una richiesta per conto di un paziente compatibile. A quel punto si viene chiamati a sottoporsi ad altri prelievi ed esami più approfonditi per verificare la completa compatibilità con il paziente in difficoltà. I controlli sono estremamente minuziosi, non solo per tutelare la salute di chi riceve il midollo, ma naturalmente anche per chi offre il suo aiuto.

La domanda che tutti si staranno ponendo a questo punto è: “Ma come si dona?”

Il materiale informativo diffuso da ADMO spiega che è possibile seguire due strade, a seconda della disponibilità del donatore e della necessità del ricevente. La prima, probabilmente la più nota, è il prelievo dalle ossa del bacino, un’operazione chirurgica che si effettua in anestesia generale o epidurale. Dopo l’operazione, si rimane per 48 ore in osservazione, mentre le CSE inizieranno a rigenerarsi per tornare ai livelli precedenti nel giro di 15-30 giorni.

Il secondo tipo di procedura, impiegato nell’80% dei casi, consiste semplicemente in un prelievo di sangue che segue modalità già familiari a chi ha effettuato la donazione di piastrine o plasma: il sangue entra in una centrifuga attraverso un circuito sterile e, una volta lì, le CSE vengono separate dal resto del sangue e raccolte, mentre la parte rimanente viene reinfusa nel braccio del donatore.

Per prepararsi alla donazione per aferesi, nei quattro-cinque giorni precedenti bisogna assumere un farmaco che stimola la crescita delle cellule emopoietiche, il GCSF. Si tratta di una sostanza già presente nel corpo umano e si somministra per iniezione.

Quando si parla di donazioni, molto spesso il buon esempio di un conoscente può contribuire ad avvicinare molti altri a questo ambito della solidarietà, perciò chiedo alle ragazze se sono mai riuscite a convincere altri a diventare donatori di midollo. Jessica risponde prontamente: “Ho convinto una mia ex compagna di squadra di pallavolo. Inizialmente, si era rivolta a me perché con la sorella era interessata a divenire donatrice AVIS, poi sempre chiacchierando le parlavo delle attività che mi coinvolgevano (ho appena svolto un anno di Servizio Civile all’AVIS e in quel periodo sono venuta a conoscenza della collaborazione con ADMO). Un giorno ha letto un volantino informativo che avevo lasciato in auto per caso: mi ha chiesto maggiori informazioni in merito e così si è decisa per la tipizzazione!”

Simona mi racconta che invece non ha mai avuto occasione di convincere qualcun altro ad aderire ad ADMO “ma sarà sicuramente il mio buon proposito per il futuro. Come tutte le donazioni è davvero un piccolo grande gesto di altruismo, e come tale totalmente disinteressato (non sai se donerai mai il midollo, né a chi lo donerai) con il quale puoi salvare una vita, o renderla migliore. Se ne si ha la possibilità, perché non farlo?”.

(tutti i dati specifici sulla procedura di donazione sono tratti dal materiale informativo di ADMO – www.admo.it)

La lotta contro la dispersione scolastica

27 Set

In Italia 2 ragazzi su 10 lasciano la scuola prima di aver conseguito un titolo di studio, e oltre 600.000 minori sono tuttora a rischio (fonte: WeWorld ). La dispersione scolastica è un problema che può avere ricadute anche molto gravi sulla società e sugli equilibri economici di un paese, per questo motivo la Commissione Europea ha incluso l’abbassamento del tasso di abbandono scolastico tra gli obiettivi che devono essere raggiunti entro il 2020 per garantire un migliore sviluppo delle condizioni di vita negli stati membri.

I fattori che determinano il fallimento formativo possono essere molto diversi: spesso il disagio nasce da situazioni socio-economiche svantaggiate, se il livello di istruzione della famiglia di origine è piuttosto basso oppure i ragazzi sentono la responsabilità di provvedere economicamente al sostentamento del nucleo famigliare (secondo il rapporto “Lavori ingiusti” pubblicato da Save the Children in Italia sono ancora molti i ragazzi che dichiarano di aver lavorato durante l’infanzia. Talvolta il problema nasce invece da un ritardo nell’apprendimento, causato da difficoltà di contenimento e di attenzione o da vere e proprie disabilità. In alcuni casi, le criticità che possono sorgere nell’inserimento tra i compagni sono d’ostacolo ad una frequenza continuativa (ad esempio per gli studenti che provengono da culture diverse o per le vittime di atti di bullismo).

Un atteggiamento incoraggiante e fiducioso da parte degli insegnanti può condizionare positivamente l’opinione che gli studenti nutrono rispetto alle proprie capacità: chi è investito del ruolo di “bravo studente” tende infatti ad impegnarsi per confermare questa aspettativa, ottenendo di fatto buoni risultati (un fenomeno noto in psicologia come “profezia che si autoavvera”) e mettendo a frutto i suoi talenti con entusiasmo.

Il meccanismo opera anche all’opposto: va da sé che, in mancanza di stimoli adeguati, persino le migliori potenzialità possano rimanere inespresse, penalizzate da una disillusione che è spesso indotta dalle stesse figure adulte che dovrebbero accompagnare responsabilmente la crescita dei ragazzi. In questo quadro, la presenza di figure educative capaci di ascoltare i bisogni, le paure e le fatiche dei ragazzi è indispensabile perché possano trovare punti di riferimento che siano anche un riparo sicuro e un modello di relazione stabile e positiva.

Molto spesso, le condizioni che determinano l’abbandono della scuola o una frequentazione discontinua possono diventare l’anticamera di comportamenti a rischio: per questo è essenziale che gli insegnanti e le famiglie siano aiutati a compiere un’opera di prevenzione da équipe specializzate che sappiano cogliere fin da subito i primi accenni di uno stato di disagio.

Per fortuna, in Italia sono attivi molti progetti, spesso pensati su base pluriennale per poterne valutare più attentamente l’efficacia. In collaborazione con esperti e docenti che provvedono alla formazione specifica degli insegnanti, diverse associazioni si occupano di offrire agli studenti in difficoltà, ad ogni livello di istruzione (dalle scuole elementari alle superiori) una serie di attività di supporto per far sì che l’esperienza scolastica sia per loro un’occasione di crescita.

Alcune di queste iniziative ruotano intorno all’obiettivo di reinserire o accompagnare nello studio i giovani pluriripetenti, in particolare chi ha difficoltà legate all’integrazione culturale e all’apprendimento dell’italiano.
Altre propongono una varietà di laboratori creativi negli ambienti della scuola o in collaborazione con le strutture extrascolastiche del territorio (oratori, parrocchie, associazioni), per aiutare gli studenti ad esprimenre i propri talenti e dare loro un modo per impiegare il tempo libero in modo costruttivo, rinforzando nel contempo la propria autostima.

Tra i progetti più noti: Provaci ancora, Sam!, attivo a Torino fin dal 1989; Don Milani 2, promosso con successo da Fondazione Exodus sulla scorta dell’esempio educativo del sacerdote di Barbiana del Mugello; le proposte e le attività realizzate dal coordinamento Maestri di Strada, che si occupa anche di formazione dei docenti; i programmi di Save the Children Fuoriclasse e W la scuola, che hanno anche l’obiettivo di diffondere nelle classi la consapevolezza del problema della dispersione scolastica.

L’attuazione di queste iniziative porta spesso miglioramenti visibili, non solo sul piano dello studio (molti degli alunni coinvolti riescono infatti a conseguire un titolo proprio grazie allo stimolo di queste esperienze), ma anche nella qualità delle relazioni e per quanto riguarda la percezione di se stessi. In questo senso, le conseguenze di un approccio di questo tipo dimostrano chiaramente come la scuola possa diventare una risorsa per il cambiamento sociale, a partire dagli stessi ragazzi che la frequentano.